La traduzione giuridica – prima parte

Sulla prima pagine del Corriere della Sera del 6 ottobre 2000 Giannelli pubblicava una brillante vignetta. Rappresentava tre giudici, uno dei quali stava leggendo un documento. Uno dice: «Conferma la sentenza che aveva escluso la possibilità di revisione del processo conclusosi con verdetto che, in accoglimento della richiesta dell’accusa, aveva ribaltato la decisione dei giudici che, ritenendo fondate le ragioni della difesa, avevano annullato la sentenza di rinvio con la quale, dopo il giudicato della Cassazione, erano stati condannati gli imputati, già ritenuti colpevoli, ma successivamente assolti».Uno degli altri giudici risponde:

«Finalmente è tutto chiaro!»

Così divertente, illustra molto bene le difficoltà quasi insormontabili che il profano incontra nella comprensione di un linguaggio che è tutt’altro che chiaro. Essa illustra inoltre i problemi incontrati dal traduttore giuridico nel trasformare un testo come questo dal linguaggio d’origine in un linguaggio target tale che il lettore possa comprenderne esattamente il significato.

In effetti, Francesco de Franchis nel secondo volume del suo Dizionario Giuridico afferma che la traduzione giuridica è:

«compito assai ingrato per chi vi si dedichi: si tratta di un lavoro misconosciuto e troppo spesso mal pagato».

Sfortunatamente, questa osservazione in un certo senso deprimente, sembra che sia esatta.

Spetta perciò a coloro che lavorano nel campo delle traduzioni giuridiche confutare alcuni di questi equivoci e ampliare la comprensione della natura particolare del loro lavoro non solo del pubblico e quindi dei potenziali clienti ma anche degli altri traduttori. L’obbiettivo è quello di dare un contributo alla crescita di questo tipo di consapevolezza.

Nell’articolo verrà posto l’accento sulla traduzione giuridica dalla lingua originaria (l’italiano) in un lingua target (l’inglese). Verrà esaminata la relazione tra i sistemi di common law anglo-sassone e di civil law italiano

Nell’ultima parte dedicata alle fonti utili e a Internet, verranno fatti alcuni riferimenti alle altre lingue (e ordinamenti giuridici) diversi dall’inglese e dall’italiano. Il contributo metterà inoltre in luce gli aspetti pratici della traduzione giuridica più che trattare della teoria generale delle traduzioni.

Mentre alcuni sostengono che i traduttori giuridici debbano essere avvocati, questa opinione non trova qui sostenitori semplicemente perché essere avvocati non significa necessariamente essere dei bravi traduttori. Ciò che si richiede a un bravo traduttore giuridico, come agli altri traduttori, è di possedere una generale capacità di comprendere l’oggetto in questione e, soprattutto, di saper dove reperire le informazioni che gli servono e conoscere esattamente di cosa ha bisogno il cliente.

Il traduttore giuridico deve capire la funzione e lo scopo della traduzione che gli è stata commissionata, all’interno del campo specifico in cui egli lavora.

In effetti è indispensabile che egli sappia che il traduttore giuridico è spesso una traduttore tecnico interdisciplinare che non può permettersi di limitare la sua attività ad uno specifico ambito tecnico. Per esempio, il traduttore giuridico può essere incaricato di tradurre qualsiasi cosa, da un contratto di concessione con le complesse caratteristiche chimiche di un nuovo farmaco, a un contratto di distribuzione di manichini per negozi e loro accessori; da un ricorso per divorzio a un contratto di vendita di uno yacht da competizione, e così via.

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