Care este diferenţa dintre domiciliu şi reşedinţă?

Adeseori se face confuzie între “domiciliu” şi “reşedinţă”. Din această cauză apar diverse variaţiuni pe această temă în scopul nobil de a aduce lămuriri suplimentare, ca: “domiciliu permanent“, “reşedinţă permanentă, “domiciliu stabil“, “domiciliu flotant” etc.

Din fericire există un text de lege care clarifică lucrurile,  Ordonanţa de Urgenţă a Guvernului numărul 97 din 2005 (aprobată ulterior printr-o lege), unde putem găsi definiţii pentru ambii termeni.

Iată cele mai importante prevederi din această ordonanţă referitoare la subiectul nostru:

–  cetăţenii români nu pot avea în acelaşi timp decât un singur domiciliu şi/sau o singură reşedinţă. În cazul în care aceştia deţin mai multe locuinţe, îşi pot stabili domiciliul sau reşedinţa în oricare dintre ele;

–  domiciliul persoanei fizice este la adresa la care aceasta declară că are locuinţa principală;

–  reşedinţa este adresa la care persoana fizică declară că are locuinţa secundară, alta decât cea de domiciliu.

Aşadar, după cum se poate observa din lectura definiţiilor de mai sus, nu există domiciliu permanent şi altul de sezon. Atunci când o persoană are încheiat un contract de locaţie (chirie) pentru un apartament, în fapt respectiva persoană are reşedinţa la adresa apartamentului închiriat, iar nudomiciliu flotant ori domiciliu temporar. Domiciliul persoanei rămâne cel trecut în cartea de identitate.

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Cosa significa “tradurre”

Molti pensano basti conoscere una lingua straniera o essere bilingue per poter essere un traduttore o lavorare come tale, ma chi dedica i suoi studi e la sua vita a questo mestiere sa che non è sempre così. I fattori che incidono sul lavoro di traduzione sono tanti: l’ottima conoscenza non solo linguistica ma anche culturale sia della lingua di partenza che di quella di arrivo, il fatto di dover tenere sempre presente il contesto socio-culturale di entrambe le lingue (che spesso è molto diverso), lo studio e la buona conoscenza di base dell’argomento che ci apprestiamo a tradurre (soprattutto nel caso di traduzioni più specifiche, come quelle mediche, giuridiche, scientifiche, ecc.). Il lavoro che un traduttore svolge è sicuramente un lavoro di grande responsabilità e rilevanza sociale. Grazie a lui, popoli e culture diverse hanno modo di conoscersi e scambiarsi informazioni tra loro. Basti pensare in primo luogo alla letteratura, ma anche alle opere scientifiche, ai trattati di medicina o di arte, fino ad arrivare al cinema e alla televisione. Oggi non tutti avrebbero modo di leggersi Anna Karenina, di studiare su di un manuale di medicina americano, o perché no, guardarsi l’ultima serie di Grey’s Anatomy nella propria lingua se dietro non ci fosse il lavoro di un traduttore. Eppure molti di noi lo danno per scontato.

Amo il lavoro della traduzione. Ma se dovessi etichettarlo in qualche modo, la prima cosa che mi viene in mente è una: il lavoro del traduttore è un lavoro infame. Già, perché molto spesso ci si focalizza solo sugli aspetti più positivi e nobilitanti del tradurre. Ma nella realtà, le cose sono un po’ diverse. Il lavoro del traduttore è un lavoro solitario e certosino che viene svolto nell’ombra. Si passano intere ore, giorni e notti rinchiusi in una sorta di isolamento. Il nostro unico compagno è il testo da tradurre, non sempre facile da capire e da interpretare. Con lui (e il suo autore) dobbiamo aprire un vero e proprio dialogo. E non è sempre facile.

Autore dell’articolo:
Maria Federica D’Oria
Traduttrice freelance
EN-FR>IT

Fedeltà linguistica o fedeltà al testo?

Ogni volta che un traduttore si trova di fronte a un testo tecnico, gli si pone un dubbio, ossia restare fedeli alla linguistica o al contenuto del testo originale? Si sa, si può tradurre un testo quasi perfetto da un punto di vista strettamente linguistico, ma spesso il risultato è una traduzione approssimativa e insufficiente. Inoltre la sintassi, la morfologia e la semantica creano ancor più difficoltà in quanto il testo tecnico usa un linguaggio più sintetico, utile per descrivere in modo chiaro l’oggetto o il procedimento in questione, ma diventa motivo per il quale il traduttore deve stare molto attento al contenuto semantico e alla reazione che il testo deve produrre nei destinatari. Si possono creare problemi di tipo linguistico-semantico ad esempio la polisemia, la omonimia, i falsi amici, la sinonimia, l’iperonimia, l’iponimia, l’antonimia ecc. Per questa ragione la scelta dei termini è alla base di questo processo, visto che devono esprimere in modo preciso il significato del testo originale. Nel caso di traduzioni giuridiche, medico-scientifiche, socio-economiche ecc. bisogna sempre dare primaria importanza al contenuto e non alla fedeltà linguistica. La traduzione non è mai solo un problema linguistico ma anche un problema che riguarda la cultura, la storia, le tradizioni, il sistema socio-politico e giuridico del paese in questione. Proprio a questo proposito Umberto Eco ha scritto un saggio Riflessioni Teorico-pratiche sulla traduzione affermando che “una fedeltà linguistica permette una fedeltà culturale.” I due principali obiettivi di un traduttore sono: comprendere il significato del testo di partenza e la ricerca della terminologia equivalente nella lingua di arrivo. È evidente che dipende anche dalla tipologia di testo, ad esempio un testo giuridico è caratterizzato da una terminologia specializzata di una professione o di una specifica attività per questo motivo i termini giuridici devono corrispondere a significati univoci.

Ottenere una traduzione quasi perfetta in questo ambito è praticamente impossibile, lo è in ogni settore, ancor di più in campo giuridico; a tal proposito Ortega e Gasset nel loro saggio Miseria e splendore della traduzione, affermano che “è un’utopia credere che due vocaboli appartenenti a due lingue, e che il dizionario ci indica come traduzione l’uno dell’altro, facciano riferimento esattamente agli stessi oggetti”. Il traduttore deve tener presente tutti gli aspetti extra-linguistici prima di iniziare a tradurre. I significati, le connotazioni, le peculiarità semantiche del linguaggio riflettono le tradizioni, la cultura e il sistema del loro paese. Concludo dicendo che conoscere bene una lingua non significa essere un bravo traduttore, tradurre implica un’abilità specifica che richiede competenza traduttiva e il sapere specifico per comprendere le informazioni, a volte molto tecniche, del testo originale, la bravura sta nel riuscire ad esprimerle, traducendole in modo adeguato e corretto.

Autore dell’articolo:
Teresa Sasso

Il traduttore freelance o meglio, il professionista della traduzione

traduttori freelance sono il perno su cui si basa il settore della traduzione. Si tratta di professionisti che operano quasi sempre dietro le quinte ma senza i quali il mondo dell’intermediazione linguistica non esisterebbe neppure.
A loro è dovuto il successo delle agenzie di traduzione e dei progetti dei loro clienti.
I principali criteri che determinano la professionalità di un traduttore sono:
> Padronanza della lingua di destinazione scritta
> Padronanza della lingua di partenza
> Conoscenza della cultura dei paesi dove si parlano le due lingue
> Titoli di studio
> Certificazioni da parte di enti riconosciuti
> Esperienza lavorativa nel settore della traduzione
> Esperienza lavorativa in altri settori
> Competenze specialistiche in uno o più settori
> Conoscenze informatiche generali
> Talento nel tradurre
> Velocità di esecuzione
> Affidabilità

Padronanza della lingua di destinazione scritta
I traduttori traducono normalmente verso la loro lingua d’origine. Il primissimo requisito è pertanto saper scrivere in modo corretto nella propria lingua. Un requisito apparentemente scontato ma che in realtà non lo è affatto. Conoscere alla perfezione le regole grammaticali, ortografiche e sintattiche, ed essere in grado di esprimersi con uno stile adeguato al contesto, non è cosa da tutti. È una prerogativa che si acquisisce con anni di studio teorico seguiti da una pratica costante nel corso del tempo.
È evidente che, nella scelta di un traduttore, la padronanza della lingua scritta è un fattore tanto più importante quanto più ci si avvicina alla traduzione editoriale o addirittura letteraria. Nella traduzione tecnica hanno sicuramente più peso abilità di tipo diverso, come la conoscenza specialistica di un determinato settore.

Padronanza della lingua di partenza
Molti credono che per poter essere traduttori basti parlare una seconda lingua. Non è affatto così. Avere un genitore straniero, aver lavorato o studiato per un breve periodo all’estero o aver vissuto anche a lungo in un contesto bilingue, sono fattori sicuramente positivi ma non sufficienti. La traduzione professionale richiede una conoscenza piena della lingua di partenza, non basta esprimersi in modo corretto a livello orale.
Come per la lingua di destinazione, è fondamentale che il traduttore ne conosca alla perfezione la grammatica, l’ortografia e la sintassi. Per raggiungere questo traguardo sono necessari anni di studio e di letture. Solo così si può arrivare a comprendere in tutta la loro finezza certe costruzioni linguistiche particolari come i giochi di parole, i sottintesi, le frasi fatte, le espressioni colloquiali, le metafore, i proverbi.

Conoscenza della cultura dei paesi dove si parlano le due lingue
L’aspetto culturale è fondamentale per tradurre e localizzare un documento o un sito internet in modo corretto. Una traduzione non è una semplice trasposizione di parole da una lingua ad un’altra. Talvolta in un documento sono presenti concetti che non hanno neppure un corrispondente nella lingua d’arrivo. In altri casi, concetti assolutamente normali ed accettati nella lingua di partenza possono risultare offensivi nella lingua di destinazione. Lo stesso dicasi per le immagini. Per evitare di fare errori grossolani traducendo, è importante conoscere a fondo la cultura, la mentalità e i costumi dei paesi dove vengono parlate le lingue oggetto della traduzione. È pertanto imprescindibile aver vissuto a lungo in tutti e due i paesi e continuare a mantenere un legame con entrambi con viaggi piuttosto frequenti.

Titoli di studio
La cultura generale è un altro aspetto importante da valutare nel curriculum di un traduttore. Avere competenze specialistiche in un settore è utilissimo ai fini della traduzione, ma è altrettanto importante possedere anche un valido background culturale costruito in ambito accademico.
Per essere un buon traduttore non è obbligatorio essere laureati, tuttavia, una laurea specialistica è sicuramente un ottimo biglietto da visita .
Altrettanto importanti, e forse ancor di più, sono i titoli di studio universitari e i master specifici del settore della traduzione, anche se non sempre sono dei validi indicatori circa la bravura e la competenza di un traduttore. Spesso, la pratica e il talento riescono a compensare efficacemente la mancanza di studi mirati.

Certificazioni da parte di enti accreditati
Spesso, i traduttori, dopo aver terminato il proprio percorso di studi, conseguono titoli, certificati e attestati di vario genere. Possedere tessere di associazioni di categoria (quali AITI e ANITI, ecc.), non dà molte indicazioni circa l’abilità di un traduttore, ma trasmette comunque un’immagine di serietà professionale. Lo stesso ragionamento vale per registrazioni presso camere di commercio, tribunali ed enti simili, così come per i certificati di esami sostenuti presso associazioni professionali o altre organizzazioni del settore.

Esperienza lavorativa nel settore della traduzione
Un traduttore esperto dà maggiori garanzie poiché ha imparato dagli errori fatti in passato ed è lecito ritenere che non li ripeterà di nuovo. Gli anni di carriera forniscono una chiara indicazione sulla fiducia ricevuta dal mercato in modo continuativo.
I traduttori poco capaci sono quasi sempre meteore, i traduttori in gamba continuano a svolgere questa professione nel corso del tempo, segnale inequivocabile della loro capacità di ottenere reddito e quindi della loro bravura.

Esperienza lavorativa in altri settori
Il traduttore ideale è una persona che ha maturato un’esperienza lavorativa in un settore specifico, ottenendo direttamente sul campo nozioni e competenze difficilmente acquisibili con studi prettamente teorici.
È evidente che aver lavorato a certi livelli in un determinato settore, non è una condizione sufficiente a fare di una persona un buon traduttore, ma chi ha intrapreso questo tipo di percorso, parte sicuramente avvantaggiato rispetto a chi ha lavorato unicamente come traduttore.

Competenze specialistiche in uno o più settori
Per eseguire una traduzione di elevata qualità è necessario conoscere in modo approfondito l’argomento trattato nel documento da tradurre e possedere un ottimo bagaglio terminologico nel settore corrispondente. I modi per acquisire tali competenze sono due: quello teorico e quello pratico. Studiando a fondo una materia è possibile raggiungere livelli di assoluta eccellenza. Tuttavia, come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, nei settori che richiedono una preparazione tecnica specifica, l’esperienza acquisita sul campo è la migliore possibile.

Conoscenze informatiche generali
Al giorno d’oggi l’informatica è fondamentale in qualsiasi settore. Anche il campo della traduzione non fa eccezione: è impensabile operare in questo settore senza gli adeguati supporti tecnologici. Per questo motivo, è richiesta la perfetta conoscenza dei principali programmi di videoscrittura, dei fogli elettronici, dei programmi di presentazione, dei database, nonché grande dimestichezza nell’utilizzo dello strumento internet.

Talento nel tradurre
Il talento non è qualcosa che si può acquisire con il tempo né tanto meno lo si può apprendere sui banchi di scuola. È una dote innata che semplicemente si ha o non si ha.
Chi è provvisto di talento lo può affinare nel corso del tempo con lo studio e con il lavoro. Al contrario, chi non ce l’ha, difficilmente potrà diventare un traduttore di successo.

Velocità di esecuzione
In un mondo che viaggia a mille all’ora, non è raro che ci vengano richieste traduzioni urgenti o urgentissime. In questi casi, per venire incontro alle esigenze dei clienti, è necessaria grande rapidità d’azione nell’organizzare il progetto da parte dell’agenzia e grande velocità nell’eseguire il lavoro da parte dei traduttori. Naturalmente, chiunque è consapevole che, riducendo i tempi standard di lavorazione, la qualità del prodotto finale si abbassa. Tuttavia, il traduttore deve fare in modo che, pur abbassandosi, rimanga comunque a un livello elevato. Per questo motivo, un’altro dei fattori che viene preso in considerazione dalle agenzie di traduzione è il mix fra rapidità di esecuzione e qualità di traduzione.

Affidabilità
L’affidabilità è sinonimo di serietà, di passione per il proprio lavoro, di puntualità nelle consegne, di qualità di traduzione, di disponibilità e flessibilità.
Un traduttore affidabile è un professionista che possiede tutte queste prerogative e non tradisce mai.
Per ovvi motivi, l’affidabilità è un parametro impossibile da valutare nel breve periodo, la si costruisce gradualmente nel tempo, traduzione dopo traduzione.

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I traduttori automatici

I traduttori automatici (e i giornalistucoli raccomandati) sono la principale fonte di umorismo del ventunesimo secolo… Conosco delle persone che ci si baloccano per farsi delle grasse risate ed io sono una di quelle, d’altronde come si fa a non ridere davanti a un simile articolo firmato da Paolo Attivissimo e pubblicato sul suo blog?

“Repubblica” colta a usare i traduttori automatici. E pure male

 Questo articolo vi arriva grazie alla segnalazione di RobertGh*.

Questa schermata di Repubblica, tratta da qui, rivela il metodo di lavoro altamente professionale utilizzato dalla redazione: invece di sapere almeno l’inglese, i suoi giornalisti usano i traduttori automatici. E li usano anche male. Prendono la notizia in inglese, la danno in pasto al traduttore automatico, e pubblicano qualunque cosa ne venga fuori. Senza neanche pensarci su, evidentemente. Osservate attentamente la schermata qui sotto (immagine e didascalia). Se siete increduli, ascoltate anche l’audio del servizio.

screenshot

La nonnina supersportiva australiana viene chiamata Dorothy De Basso da Repubblica. Lontane origini italiane? Macché. Guardate come si firma sulla racchetta. Dot (diminutivo di Dorothy) De Low.

E a noi chiedono di delegare a questi mestieranti il compito di informarci su quello che succede nel mondo. Pagandoli per questo privilegio. Spiritosi.

Io aggiungo che magari La Repubblica ha scelto la linea “ridere per non piangere”, e ha deciso di trasformarsi in foglio satirico…

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Come ottenere la cittadinanza italiana

Con la legge 15 luglio 2009 n. 94 sono state introdotte alcune novità riguardo ai requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana.

Per le richieste di concessione della cittadinanza per matrimonio di un coniuge straniero con cittadino italiano, si passa da sei mesi a due anni di residenza legale (iscrizione anagrafica) o tre anni se residente all’estero. Tale termine è ridotto ad 1 anno in presenza di figli, anche adottivi. [Vedi la circolare n. 13074 del 7 ottobre 2009].

In passato nel caso di separazione dei coniugi, il riconoscimento della cittadinanza permaneva, perché era sufficiente essere in possesso dei requisiti al momento della presentazione della domanda.  Adesso, nel caso di presentazione dell’istanza di riconoscimento della cittadinanza italiana alla Prefettura competente in cui interviene lo scioglimento del matrimonio o la separazione dei coniugi, l’istanza verrà rigettata poiché è stato stabilito che il rapporto di coniugio deve permanere fino all’adozione del provvedimento di riconoscimento da parte del Ministero dell’Interno.

Nel caso in cui vi è la separazione dei coniugi e successivamente interviene una riconciliazione tra il richiedente straniero e il coniuge italiano, bisogna redigere apposita dichiarazione nell’atto di matrimonio, e in questo caso, i termini previsti per la concessione della cittadinanza dovranno essere conteggiati ex novo a partire dalla data della riconciliazione. [Vedi la circolare n. 6415 del 17 maggio 2011].

Un’altra importante novità è che non sarà più possibile auto-certificare lo stato di famiglia, la residenza. Pertanto, il possesso dei requisiti deve essere certificato attraverso il supporto di documentazione (i certificati). Lo stesso vale anche per i cittadini comunitari.

Viene introdotto, infine, il versamento di un contributo pari a 200 € per le nuove istanze.

Ecco i documenti da allegare al modulo per la presentazione della richiesta di cittadinanza:
– estratto dell’atto di nascita completo di tutte le generalità (per i cittadini romeni e moldavi vale il certificato di nascita apostillato e tradotto in lingua italiana da un traduttore iscritto all’Albo);
– certificato penale del Paese di origine e degli eventuali Paesi terzi di residenza;
– titolo di soggiorno;
– atto integrale di matrimonio (per i cittadini romeni e moldavi, se non sposati con un cittadino italiano,  vale il certificato di matrimonio apostillato e tradotto in lingua italiana da un traduttore iscritto all’Albo);;
– stato di famiglia;
– certificato storico di residenza;
– certificato del casellario giudiziale e dei carichi pendenti;
– certificato di riconoscimento dello status di rifugiato o dello status di apolide;
– ricevuta di versamento del contributo di € 200,00.

Spero che l’articolo sia stato esauriente. Nel caso in cui avete già inoltrato la domanda per la cittadinanza, potete consultare on line lo stato della pratica cliccando sull’immagine di qua sotto

immigrazione_consulta_stato_pratica_cittadinanza

 

 

 

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Traduttori: poco pagati

InterpreterNicoleKidman

Un mestiere che cambia, con la globalizzazione dei mercati, ma è ancora “sottovalutato”. Ecco la fotografia del settore nelle anticipazioni di un’indagine condotta dall’Associazione italiana traduttori e interpreti. Specializzazioni emergenti e punti deboli: intervista al presidente Sandro Corradini.

LA MAPPA DELLA FORMAZIONE: le lauree specialistiche.

OCCUPAZIONE E LINGUE:imprese alla ricerca di laureati bilingue

di LUCA BALDAZZI
Tempi duri per traduttori e interpreti. Cambiano le specializzazioni e le richieste del mercato, le competenze si evolvono, ma non cambia un dato di fondo: è un mestiere tanto qualificato quanto, in generale, ancora sottopagato. Lo conferma un’indagine condotta dall’Aiti (www.aiti.org), associazione nazionale del settore, tra circa 800 professionisti che lavorano con la lingua italiana, sia nel nostro Paese sia all’estero. La ricerca, in via di completamento, sarà pubblicata sulla rivista “Il Traduttore” e inviata ad addetti ai lavori, aziende, Università, scuole e biblioteche. “Abbiamo fatto il nostro ‘studio di settore’ – spiega Sandro Corradini, presidente dell’Aiti – e abbiamo scoperto cose interessanti, ma anche molte note dolenti”.

Ad esempio?
“Le risposte valutabili al nostro questionario sono state 670, all’85% di donne, il che rispecchia più o meno il quadro nazionale della professione. I campi della traduzione nei quali oggi c’è maggiore richiesta da parte del mercato sono quelli tecnico-scientifici. Nell’ordine: al primo posto industria e tecnologia, poi giurisprudenza, marketing e pubblicità, economia e finanza, informatica e farmaceutica. Per chi studia da traduttore o interprete, quindi, può valere la pena specializzarsi e acquisire competenze linguistiche specifiche in uno di questi cinque settori. Del resto è l’indicazione che suggeriremo alle Università, che attualmente, con la seconda fase della riforma ‘3 più 2’, sono impegnate a definire in modo più compiuto i contenuti delle lauree specialistiche di secondo livello. L’idea è di arrivare a una ‘Laurea magistrale unica’, con due specializzazioni, in traduzione o in interpretariato di conferenze”.

E le note dolenti?
“Stanno purtroppo nel reddito. Nel campo dell’editoria, delle traduzioni letterarie e di saggistica, si lavora a tariffe quasi inferiori a quelle delle colf. Il prezzo medio oscilla tra gli 8 e i 16 euro a cartella, con maggiore frequenza di compensi intorno ai 10 euro. E va considerato che spesso, per tradurre una cartella di testo, non basta un’ora. Va un po’ meglio a chi fa traduzioni tecniche, ma non poi tanto. Sul mercato italiano, quello che paga meno di tutti in Europa, la media è di 20 euro a cartella, mentre all’estero si arriva a 40-45 euro”.

Perché è così poco pagato un lavoro per cui si può studiare anche 8-10 anni tra corsi di laurea e master?
“Per vari motivi. Uno è la mancanza di un riconoscimento giuridico della professione e delle relative qualifiche e di un tariffario codificato. Quest’ultimo c’era, ma l’Antitrust lo ha abolito nel 2004. Così chi ha bisogno di un servizio di traduzione non ha punti di riferimento: i committenti non sanno valutare la difficoltà di un lavoro e il grado di professionalità richiesto. In pratica, rischia di valere uguale chi ha trascorso sei mesi in Inghilterra e chi invece ha alle spalle una laurea e anni di esperienza. Così, mentre con l’internazionalizzazione aumenta la richiesta di lavoro da parte delle aziende, si assiste in parallelo a una drastica riduzione delle tariffe”.

Ma da traduttore si può lavorare solo come freelance?
“Solo l’Unione europea e organismi internazionali come la Corte di giustizia dell’Ue prevedono contratti di assunzione per ‘traduttori’. Nelle aziende in genere non si applica questo profilo specifico: si può essere impiegati come ‘mediatori linguistici’, in società fortemente orientate all’export, per gestire i rapporti commerciali con l’estero, accompagnare clienti durante le fiere e così via. Per questo profilo basta la laurea triennale in mediazione linguistica: un corso offerto praticamente da tutte le Università italiane, che però quanto a competenze non prepara sufficientemente per inserirsi sul mercato come liberi professionisti. Nelle case editrici, invece, raramente i traduttori sono ‘interni’”.

Il boom economico della Cina aprirà nuove e migliori prospettive di lavoro?
“In realtà, per ora, nei rapporti tra Italia e Cina si usa quasi sempre l’inglese come lingua veicolare intermedia. Gran parte del lavoro di traduzione in Italia si svolge da e verso l’inglese (80%), seguito dal tedesco, dal francese e dallo spagnolo. Va anche considerato che, per imparare davvero bene il cinese, i tempi sono molto lunghi. Per capirci: anche chi lo ha studiato all’Università difficilmente sarebbe in grado di tradurre in cinese un manuale di istruzioni per l’uso di una tv o una lavatrice. A lungo termine, comunque, studiare una lingua ‘rara’ o emergente come l’arabo o lo stesso cinese può essere una carta in più da giocare”.

Un consiglio a chi inizia a lavorare come traduttore?
“Essere professionali nel proporsi, e non avere fretta di ‘vendersi’ per pochi euro. Occorre pazienza, perché offrirsi a tariffe basse pur di guadagnare qualcosa è una strategia che a lungo andare non paga. Meglio fare un tirocinio in più in un’agenzia di traduzioni, fare esperienza e magari intanto specializzarsi in un settore”.

Gli errori che si fanno traducendo da una lingua all’altra

Mi permetto di riportare nel mio blog un articolo firmato da GIAN LUIGI BECCARIA e pubblicato sulla Stampa che offre tanti punti di riflessione sia al traduttore che non traduttore.

Mundane non è mondano

Traducendo da una lingua all’altra si fanno spesso degli errori per via dei cosiddetti «falsi amici», parole che si assomigliano, che hanno una stessa radice, ma vogliono dire cose diverse: lo spagnolo equipaje è il bagaglio e non un equipaggio, l’ingl. dialect non è il «dialetto», ma va tradotto con «varietà (linguistica)», così come il nostro «dialetto» non va tradotto con l’ingl. dialect, ma con vernacular. A chi tocca vivere per un po’ di tempo all’estero capita spesso di osservare queste false corrispondenze. Ricordo l’esempio di Luigi Meneghello quando nel suo libro Il dispatrio (Milano, Rizzoli 1993) citava l’aggettivo inglese mundane, che «non vuol dire “del mondo”, o “mondano” o “alla moda [del mondo]“, ma “ordinario”, “banale [come il mondo]“. Suppone una distinzione tra le cose rare, celesti, e quelle comunali, terra-terra».

Corrispondenza da una lingua all’altra di solito non hanno le locuzioni idiomatiche, quei modi di dire che vivacizzano e colorano le lingue, e sono anche difficili da apprendere. Ci può essere corrispondenza tra una lingua e l’altra, ma di solito ci sono constatiamo variazioni vistose. Noi diciamo «piove a catinelle» e gli inglesi «piove gatti e cani». E «cadere dalla padella alla brace» in romeno è «cadere dal lago nel pozzo», il nostro «avere grilli per il capo» è «avere calabroni in capo», «cavare il sangue da una rapa» è «cavare acqua dalla pietra secca», mentre «prendere due piccioni con una fava» è, ancora in romeno, «prendere due lepri con un colpo (di fucile)».

Ci sono poi i modi di dire appartenenti all’italiano colloquiale-basso, di origine dialettale-regionale, che non sono traducibili alla lettera in altra lingua: andare in vacca «impigrirsi» o «andare a male» e simili, viene dalla bachicoltura, dove le vacche sono quei bachi da seta che non arrivano a fare il bozzolo, perché si ammalano, si afflosciano, marciscono. Non trovi il corrispondente naturalmente in altre lingue.

La spiegazione dei modi di dire è quasi sempre un rompicapo. Se dico facciamoci una croce, nel senso di «non pensiamoci, non occupiamocene più», si potrebbe pensare alla croce che, per concludere un affare, per risolvere una questione, apponeva su un atto notarile chi non sapeva scrivere. Ma il significato dell’espressione è anche «lasciare per sempre una cosa, abbandonarla, promettere che non la si farà più, non volerne più sapere». Quindi potrebbe benissimo evocare il segno della croce che cancella, che annulla, o magari al gesto della croce cristiana quale segno della morte. Chissà!

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 10 settembre)

L’Apostille

Dato il numero di rilevante di richieste di apposizione dell’Apostille su documenti che non sono stati rilasciati da un’autorità italiana ma estera, ho deciso di inserire un articolo di chiarimenti trovato sul sito del Ministero degli Affari Esteri inoltre, per rendere ancora più chiaro di cosa si tratto, rimando alla pagina del mio sito dove potete anche visualizzare alcuni esempi di Apostille: http://www.copilau.com/apostille_esempi.html

“Nei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione dell’Aia del 5 ottobre 1961 relativa all’abolizione della legalizzazione di atti pubblici stranieri, la necessità di legalizzare gli atti e i documenti rilasciati da autorità straniere è sostituita da un’altra formalità: l’apposizione della “postilla” (o apostille).
Pertanto, una persona proveniente da un Paese che ha aderito a questa Convenzione non ha bisogno di recarsi presso la Rappresentanza consolare e chiedere la legalizzazione, ma può recarsi presso la competente autorità interna designata da ciascuno Stato – e indicata per ciascun Paese nell’atto di adesione alla Convenzione stessa (normalmente si tratta del Ministero degli Esteri) – per ottenere l’apposizione dell’apostille sul documento. Così perfezionato, il documento viene riconosciuto in Italia.
I Paesi che hanno ratificato la Convenzione dell’Aja sono:

Albania, Andorra, Antigua e Barbuda, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaijan, Bahamas, Barbados, Bielorussia, Belgio, Belize, Bosnia-Erzegovina, Botswana, Brunei-Darussalam, Bulgaria, Capo Verde, Cina (Hong Kong), Cina (Macao), Cipro, Colombia, Costa Rica, Croazia, Corea del Sud, Danimarca, Dominica, Ecuador, El Salvador, Estonia, Federazione Russa, Fiji, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Grenada, Honduras, India, Irlanda, Islanda, Isole Cook, Isole Marshall, Israele, Italia, Kazakhstan, Kirghizistan, Lesotho, Lettonia, Liberia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malawi, Malta, Mauritius, Messico, Moldova, Monaco, Mongolia, Montenegro, Namibia, Nuova Zelanda, Niue, Norvegia, Oman, Panama, Paesi Bassi, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica Domenicana, Romania, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent and the Grenadines, Samoa, San Marino, Sao Tome e Principe, Serbia, Seychelles, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Sud Africa, Suriname, Svezia, Svizzera, Swaziland, Tonga, Trinidad e Tobago, Turchia, Ucraine, Ungheria, USA, Vanuatu, Venezuela

L’elenco delle autorità competenti all’apposizione dell’apostille per ciascuno dei sopra indicati Stati è disponibile sul sito della Conferenza de l’Aja di diritto internazionale privato: http://www.hcch.net/.”

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Aprire un’azienda in Romania

Prima di aprire una società in Romania, bisogna conoscere alcune cose:

  • Gli stranieri, per fare affari in Romania, possono solamente partecipare al capitale di società, quindi niente Ditte Individuali (qui si chiamano Persone Fisiche Autorizzate).
  • Lo straniero, sia esso persona fisica che giuridica, può detenere anche tutto il capitale della società romena, non esiste l’obbligo di avere soci romeni.
  • Considerato che le SA (Società per Azioni) si fanno solo per le ex industrie di stato e portano a certe complicazioni, parleremo della costituzione di una SRL (Società a Responsabilità Limitata), abbastanza simili alle nostre.
  • In Romania, i cittadini dell’Unione Europea entrano e fanno affari con la Carta d’Identità, documento emesso da uno stato membro e riconosciuto dal Governo Romeno. Diffidate di chi insiste con il Passaporto.

Fase di start-up:

  • Scelta della sede:
    Secondo la legge romena, la sede della società deve essere in un’unità abitativa. Per unità abitativa si intende un appartamento/ufficio/spazio commerciale con un indirizzo univoco. In quell’unità non potranno poi esserci più di una società, a meno che le società che risiedono in una stessa locazione non abbiano almeno un socio in comune. Questo esclude la domiciliazione presso lo studio del commercialista. Esiste un’unica eccezzione a questa legge: durante i primo 12 mesi di vita della società, questa potrà avere sede presso lo studio di un avvocato che operi in Romania.
    Consiglio quindi di fare attenzione a chiunque vi proponga una formula con la domiciliazione compresa: si tratta sempre di un subaffitto di un appartamento, spesso situato in zone poco agibili (per abbassare i costi)
    Scelta e prenotazione della denominazione:
  • Non si tratta sempre di una semplice formalità: il nome della società deve essere univoco (almeno in ogni judet, o provincia), per cui spesso è difficile trovare un nome non ancora registrato. L’ufficio della Camera di Commercio fornisce, comunque, l’elenco dei nomi che possono essere messi dopo quello prescelto, per renderlo unico (com, impex, prod, etc…).


    Importante: la denominazione seguita dalla parola “Romania” può essere adottata solo da quelle aziende straniere che aprono una filiale in Romania. Una volta preparata una lista di almeno tre denominazioni, ci si reca alla Camera di Commercio (o anche all’Ufficio del Registro del Commercio), dove si effettua la prenotazione del nome. Sarà infatti con questo nome, e con l’attestazione dell’avvenuta prenotazione, che si intitoleranno tutti gli atti (Atto Costitutivo, Contratto di affitto per la domiciliazione, conti bancari etc…). La prenotazione dura 60 giorni, tempo più che sufficiente ad aprire la società.


  • Analisi dei codici di attività:
    La legislazione romena impone la definizione, nell’Atto di Costituzione, dell’attività principale e di quelle secondarie.
    E’ molto importante definire quella principale, soprattutto per quelli che saranno i rapporti con le banche: avere un codice di attività principale “Agenzia immobiliare”, per esempio, significa essere visti dalle banche come provvisori ed inaffidabile. Per un istituto di credito, poi, il cambio del codice principale equivale alla costituzione di una nuova società.
    Molto importante, poi, la scelta dei codici da parte di chi intende chiedere finanziamenti agevolati dai Fondi Strutturali Europei: prima di decidere, sarà, in questo caso, meglio leggere la normativa sui Fondi che si desidera chiedere.
    Tutte le attività che sono possibili svolgere legalmente in Romania, sono codificate da una normativa governativa denominata CAEN. E’ abbastanza facile trovare l’elenco dei codici CAEN su internet, a patto di conoscere il romeno altrimenti, si può consultare ATECO i cui codici corrispondono a quelli romeni in quanto paesi della CEE.
    I codici d’attività secondari, invece, sono liberi: praticamente si cerca di metterli tutti, esclusi quelli riservati alla pubblica amministrazione o che necessitano di autorizzazione (banche, assicurazioni, istituti di vigilanza, scuole…)
  • L’Atto Costitutivo
    L’Atto Costitutivo, come per le società italiane, è quell’atto con cui si costituisce materialmente la compagnia, definendone gli scopi, i soci e le modalità d’amministrazione.


    Attenzione!: con poche eccezioni, l’attuale normativa consente di autentificare l’Atto Costitutivo di società tra persone presso un avvocato che ne certifichi la data. Diffidate pertanto di chi vi porta da un notaio senza un motivo reale.

    Per chi non ha dimestichezza con la lingua, l’Atto Costitutivo può essere tradotto in lingua romena da un traduttore autorizzato e asseverato (giurato) al Tribunale di zona .

    Attenzione!: alcuni consulenti, notai ed avvocati operanti in Romania, ancora non si sono aggiornati alla normativa entrata in vigore con l’adesione alla Comunità Europea, per cui chiedono ancora il Casellario penale italiano; in realtà è sufficiente una dichiarazione, sotto propria responsabilità, resa e firmata al momento della stipula dell’Atto Costitutivo, che attesti che non siate stati condannati per reati penali che portino all’interdizione dall’effettuare attività commerciali.


    Sia che abbiate scelto la strada dell’avvocato che quella del notaio, se non avete un documento che attesti che conoscete la lingua romena (ma spesso basta parlare correttamente con il notaio, per attestare la vostra padronanza della lingua), tutti gli atti che firmerete dovranno essere in due copie: una in italiano ed una in romeno, preparate da un traduttore autorizzato, che apporrà il proprio timbro.

  • Il contratto d’affitto:
    Per chi non ha la fortuna di potersi comperare un appartamento, l’unica soluzione per domiciliare una società, è quella di affittarne uno.


    Attenzione!: Una volta scelta la zona e la tipologia che più si adattano alle vostre tasche, il primo passo da fare sarà quello di verificare, all’amministrazione finanziaria, che non esista già una società registrata a quell’indirizzo. Siccome in Romania è molto più conveniente “lasciar morire” un’azienda piuttosto che adempiere alle costose formalità di liquidazione, spesso le società che non vanno bene vengono “abbandonate”: si smette di trasmettere la dichiarazione annuale dei redditi al Registro del Commercio e, dopo un paio d’anni, un giudice dichiarerà la società liquidata. Ma nel caso in cui tale società avesse un debito, anche piccolo, con la pubblica amministrazione, allora la cancellazione rimarrebbe in sospeso.


    Visto che non penso che qualcuno sia interessato a sborsare tre mesi di anticipo ed uno di garanzia per poi dover rincorrere amministratori e fare la spola agli sportelli pubblici, conviene sincerarci in anticipo che l’appartamento sia libero da questo tipo di problema.


    Attenzione!: per poter registrare presso il Registro del Commercio la vostra sede, se questa si trova in un condominio, dovrete ottenere l’approvazione scritta sia dell’Associazione dei Proprietari (di cui parlerò più avanti), sia dei vostri futuri vicini, ossia degli occupanti degli appartamenti sopra, sotto, a destra ed a sinistra del vostro.


    Stipulato il contratto d’affitto, bisogna andare all’Ufficio dell’Amministrazione Finanziaria del settore cui appartiene la sede (Bucarest, per esempio, è suddivisa in sei settori, disposti a spicchio, ognuno con il proprio ufficio), insieme al proprietario, pagare una piccola tassa e registrare l’atto.

  • Il Capitale Sociale:
    Il capitale sociale minimo per aprire una Srl in Romania è di 200 Ron (al cambio medio, circa 60 Euro).

    Attenzione!: molti consulenti spingono, senza nessun interesse da parte loro, a sottoscrivere capitali superiori al minimo. Questo può avere un senso se l’azienda si deve garantire nei confronti dei fornitori o delle banche ma, in questo caso, il capitale deve essere di una certa importanza: non vedo differenza, verso una banca, tra un capitale di 60 euro ed uno di 200…

    Il capitale sociale va versato, prima della costituzione della società, in un conto aperto al nome che abbiamo riservato al Registro del Commercio, presso una qualsiasi banca romena. In generale, per usanza, si apre presso il CEC (la banca di stato romena), banca che poi vi darà un sacco di grattacapi burocratici. Il conto può essere di solo deposito del capitale sociale oppure misto, deposito/corrente.
    In ogni caso, chi lo desiderasse potrà ritirare i soldi versati in conto capitale sociale, dopo 60 giorni dalla costituzione della società.
  • Il Registro del Commercio:
    A questo punto, avrete pronti tutti i documenti: l’Atto Costitutivo, le fotocopie dei Documenti d’Identità dei soci, il Contratto d’Affitto della sede, la prenotazione dellaDenominazione dell’azienda e la ricevuta di versamento del Capitale Sociale.
    Con tutti questi documenti, vi dovrete recare all’Ufficio del Registro del Commercio del vostro Judet o Settore. Qui, vi farete consegnare il modulo per l’immatricolazione di una nuova società e lo compilerete. Fatto questo, vi metterete in coda ad uno dei tanti uffici che si occupano delle nuove società: qui un impiegato molto disponibile vi aiuterà nelle formalità e vi manderà a versare alla cassa centrale le tasse d’immatricolazione, qualche decina di euro.

  • Ritiro degli atti:
    A questo punto, alla data indicata da’ufficio, non vi resta che ritirare il vostro Certificato d’Immatricolazione, da conservare attentamente poiché lo dovrete esibire spesso.Con il certificato, la prima cosa che farete sarà quella di recarvi in un negozio specializzato dove vi farete fare tre timbri: uno grande per l’ufficio, uno portatile per voi ed uno con scritto “contabilitate” per permettere a chi vi tiene la contabilità di presentare gli atti alla pubblica amministrazione).

    Bisogna infatti sapere che, in Romania, il timbro è più importante della firma. Senza timbro i documenti (siano anche solo lettere) non hanno effetto giuridico e, soprattutto in banca, vi verrà chiesto in ogni occasione.

    Questa comunque non vuole essere una guida “fai da te” per aprire da soli una società in Romania. Per farlo, infatti, sono necessarie conoscenze, linguistiche, legali e degli usi e costumi romeni che solo chi lavora in Romania da anni possiede.
    Se volete aprire una società in questo paese senza avere sorprese, il consiglio è quello di rivolgersi a dei professionisti di provata capacità.
    L’Associazione Imprenditori Italiani in Romania (AIIR) ha, come scopo statutario principale, quello di aiutare, appunto, chi si avvicina a questo mercato a scegliere i professionisti più adatti alle proprie esigenze.
    Per prendere contatto con l’Associazione, visitate il sito www.aiir.ro
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